Pubblicato il: 28/09/2022

Il reato di concussione si configura quando un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio abusa della propria posizione per ottenere un vantaggio personale.

L’art. 317 c.p. può manifestarsi sia nell'esercizio di attività vincolata, manifestandosi nel mancato compimento dell'atto, sia nell'esercizio di attività discrezionale, anche se in questo caso sarà più arduo dimostrare la devianza dall'interesse pubblico dell'attività.

L'effetto concussivo può essere ottenuto sia tramite violenza, sia tramite minaccia, ovvero la prospettazione di un male ingiusto e notevole.

Sul tema la Corte di Cassazione si è interrogata se un dirigente medico di un ospedale e il responsabile del servizio di interruzione di gravidanza debbano essere considerati colpevoli per aver richiesto somme di denaro non dovute a persone che si erano rivolte volontariamente all'ospedale per interrompere la gravidanza entro i primi novanta giorni dal suo inizio e di aver subordinato la tempestiva esecuzione di una procedura al pagamento di tali somme, nonostante si trattasse di una prestazione interamente a carico del Servizio sanitario nazionale.

La Suprema Corte, con la sentenza 27 luglio 2022, n. 29944, ha qualificato la condotta come concussione.

Da un punto di vista di configurazione del reato, i Supremi Giudici hanno confermato che la forza coercitiva della condotta del medico, seppur attenuata dal fatto che i pazienti non rischiasse di non poter interrompere la gravidanza entro i novanta giorni previsti dalla legge, è pienamente presente, poiché si presentava comunque una situazione suscettibile di mettere le pazienti in una condizione di grave difficoltà, anche solo psicologica, materialmente accresciuta dalla circostanza che i due medici erano gli unici operatori sanitari non obiettori di coscienza dell'ospedale.

Oltre a questo, la semplice richiesta di una remunerazione indebita da parte del medico responsabile del servizio sanitario pubblico ha un effetto concussivo.
Infatti i pazienti e le loro famiglie sono particolarmente vulnerabili nei confronti dei medici responsabili del sistema sanitario pubblico, dai cui servizi dipende la conservazione di beni fondamentali, come la salute e in alcuni casi la vita. Questi beni possono essere compromessi non solo da un comportamento ostile o di ritorsione, ma anche dalla riluttanza o dal ritardo del terapeuta nel rispondere.

La Corte di Cassazione ha ribadito, altresì, il principio oramai granitico che l'abuso non deve necessariamente assumere la forma di espressioni esplicite; può essere attuato anche attraverso una minaccia implicita o allusiva, purché idonea a condizionare le scelte della persona offesa.

Con queste ragioni, la Corte ha confermato l'interpretazione della Corte d'Appello e configurato il fatto come concussione.


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